La fattoria degli animali di George Orwell

Immaginate di essere un animale che viva in una normale fattoria, tra gli anni 30 e 40. Un giorno, stanchi dei soprusi subiti da parte del vostro padrone, voi animali decidete di ribellarvi. Date così vita ad una vera e propria rivolta e ad un nuovo ordine di animali basato sull’uguaglianza. È accaduto qualcosa a dir poco eccezionale, ora voi animali siete liberi da qualsiasi padrone umano e potete vivere e gestire autonomamente la fattoria come più vi pare. Tutto ciò unendo voi animali tutte le vostre forze, perché oltre ad essere tutti uguali -siete tutti compagni- avete lottato e lotterete per lo stesso obiettivo: per la libertà degli animali dal genere umano, per il rovesciamento del potere della razza umana. Insomma, ora come animali godete di una nuova libertà che con il vostro arcigno fattore non avevate. Non sapete però – o meglio credete di non sapere – che questa libertà ha le ore contate, poiché tra voi ci sono animali che si vogliono imporre su tutti.
Ebbene questa è sommariamente la trama de La fattoria degli animali di George Orwell. L’idea centrale dell’opera risale al 1937, ma la sua stesura ebbe luogo verso la fine del 1943 e venne successivamente pubblicato per la prima volta nel 1945. La fattoria degli animali viene considerata un unicum nella narrativa orwelliana. Il romanzo ha un ritmo da fiaba, infatti per designare La fattoria degli animali viene spesso usato il termine “fiaba orwelliana”.
La fattoria degli animali e 1984 sono tra le opere di Orwell maggiormente premiate dal successo tra il pubblico e per diversi motivi sono considerati i più riusciti dalla critica. Tuttavia, La fattoria degli animali, ultimata nel 1944, apparve nel momento sbagliato, poiché in quel periodo l’Inghilterra era alleata, o per meglio dire aveva bisogno, dell’alleato sovietico e inoltre il popolo e l’intelligencija britannica (e non solo) avevano un’ammirazione acritica nei confronti della Russia sovietica e di Stalin stesso. Quindi si può ben comprendere perché un romanzo che presentasse un’acuta satira contro il totalitarismo, in particolare contro il comunismo sovietico, e che condannasse la corruzione staliniana degli ideali socialisti originari, fosse ritenuta scomoda. La fattoria degli Animali nacque non a caso dopo il romanzo (resoconto scritto in prima persona) Omaggio alla Catalogna, dunque Orwell si basa sulla sua esperienza durante la guerra civile spagnola. Da allora in poi ogni riga di Orwell sarà spesa contro il totalitarismo.
Entrando invece in merito al racconto, esso inizia con il Vecchio Maggiore (Old Major), un verro rispettato da tutti gli altri animali della fattoria poiché per la sua longevità era ritenuto il più saggio, il quale fa riunire gli animali per comunicarli uno strano sogno che aveva fatto. Ciò che aveva sognato sembrava profetizzare una futura Ribellione da parte degli animali verso la razza umana. Il discorso che tiene il Vecchio Maggiore incita gli animali ad impegnarsi per far sì che la visione del maiale si avveri. Poco tempo dopo il Vecchio Maggiore muore e ben presto si presenta l’opportunità per ribellarsi al padrone, il signor Jones. Essi lo scacciano e per prima cosa cambiano il nome della fattoria: da “Fattoria Padronale” la rinominano “Fattoria degli Animali”. In seguito, i maiali, in particolare Palladineve (Snowball), condensano in sette comandamenti i principi dell’Animalismo, tra cui ad esempio quello che sancisce che tutti gli animali sono uguali. Poiché alcuni animali, per esempio le pecore - definite per tutto il racconto mai come singoli individui ma un gruppo – non sono abbastanza intelligenti per impararli a memoria, Palladineve decide che i sette comandamenti potevano essere riassunti nell’unica massima “Quattro gambe buono, due gambe cattivo”. Questa frase contiene i principi dell’Animalismo ed è molto importante all’interno del racconto. Essa diventerà lo slogan delle pecore, ma i maiali, in maniera cinica, sapranno saprà volgerlo a proprio vantaggio.
A partire dalla Rivoluzione, emerge tra gli animali una nuova classe di burocrati: i maiali, considerati i più svegli e scaltri. Infatti a sovrintendere tutto ci sono i maiali Palladineve e Napoleone (Napoleon). Per quanto riguarda la trama non aggiungerò altro se non che il finale l’ho trovato agghiacciante, seppur del tutto prevedibile. Siccome La fattoria degli animali è una satira contro lo stalinismo i personaggi impersonano ognuno un personaggio storico di quell’epoca.
Il Vecchio Maggiore rappresenta Lenin, poiché anche lui muore prima di vedere il progresso della rivoluzione ed esso è anche un’allegoria di Marx. I maiali Palladineve e il senza scrupoli Napoleone impersonano rispettivamente Trockij e Stalin. Per i maiali ci sono anche Piffero, o Clarinetto (Squealer) e Minimus. Il primo è un propagandista di Napoleone, il quale rappresenta il capo della polizia segreta. L’altro maiale, sempre al servizio di Napoleone, è un poeta che rappresenta l'intellettuale asservito al potere dittatoriale, il quale mette la sua cultura al servizio della propaganda. Il resto degli animali è composto principalmente da Trifoglio (o Berta, mentre nella versione originale Clover) una materna giumenta di mezza età, Gondrano (Boxer) un instancabile cavallo che è indispensabile per il lavoro alla fattoria e Beniamino (Benjamin) un anziano e bisbetico asino, oltre che intelligente, tant’è vero che è l’unico animale che pare capire cosa stia accadendo realmente alla fattoria dietro le trame dei perfidi maiali. Essi impersonano, chi più chi meno il popolo sovietico. Sono presenti anche altri animali, ma ve li lascio scoprire da soli nel caso decideste di leggere La fattoria degli animali, il che ve lo consiglio vivamente.
Quest’opera di Orwell mi è davvero piaciuta, penso che sia stata geniale e molto efficace l’idea di denunciare il totalitarismo tramite un racconto che vede protagonisti degli animali. Inoltre, penso anche che sia impossibile ai nostri tempi comprendere appieno La fattoria degli animali e gli effetti che ha avuto all’epoca in cui è stata scritta e successivamente pubblicata (prima di essere stata rifiutata da ben quattro editori): è vero, siamo figli di quell’epoca, che inevitabilmente ha plasmata la nostra società, ma oramai l’abbiamo lasciata (quasi) alle spalle costruendoci sopra una nuova identità e realtà.

Sara Maggetti