Un diritto negato

Siamo a Bengasi, città e porto della Libia orientale, ex sede principale del consiglio nazionale libico. 10 novembre: pieno giorno, Hanan al-Barassi cammina per il centro città con sua figlia per mano. Sembra un pomeriggio qualunque, la gente brulica nella via principale dei negozi, incurante. Poco dopo la tragedia: tre suv con i vetri oscurati irrompono, due uomini con il volto coperto prima tentano di rapirla poi, tre colpi di arma da fuoco la colpiscono alla testa. Muore così sotto lo sguardo terrorizzato di sua figlia che impotente li vede fuggire.
Hanan al-Barassi, quarantasei anni, era un’attivista e avvocatessa impegnata nella lotta per i diritti umani e per i diritti delle donne. Era soprannominata Azouz Barqa ovvero la signora della Cirenaica per il suo coraggio e desiderio di giustizia.
al-Barassi sui social aveva denunciato apertamente la corruzione e gli abusi di potere di diverse personalità affiliate al generale Haftar, la sua gestione del potere e la violazione dei diritti umani nella parte orientale della Libia.
Poco prima dell’assassinio aveva promesso sulle pagine dei suoi social network che avrebbe pubblicato informazioni per la definitiva condanna per corruzione di Saddam, figlio del leader dell’Esercito nazionale libico. Non le hanno dato il tempo. In un video Hanan sorridente e determinata annuncia: ”Non ho intenzione di chinarmi, mi faranno tacere solo con la morte” E così è stato, l’hanno fatta tacere per sempre. Hanan combatteva anche per le donne vittime di abusi familiari, atti che lei denunciava e diffondeva in rete per rendere giustizia a tutte coloro che si vedevano i propri diritti calpestati da un governo maschilista. Il nome di una donna che si aggiunge alle uccisioni che macchiano ogni anno le terre di tutto il mondo, giornalisti la cui voce viene affievolita da continue minacce, oppressioni, torture. Tra questi possiamo ricordare Seham Sergiwa parlamentare e attivista per i diritti delle donne, rapita un anno e mezzo fa nella sua abitazione, anch’essa a Bengasi, a seguito di una dichiarazione in cui avrebbe criticato gli estremisti vicini al generale Haftar e chiesto che nel nuovo governo di unità nazionale fossero inclusi anche i fratelli musulmani, nemici storici di Haftar.
Anche lei sparita nel nulla, nessuno ne ha più tracce da troppo tempo ormai, un’altra volta denunce e accuse si sono dissolte nel tempo senza che fossero punite. Un governo che agisce nell’omertà, nella paura, nell’impunità dei propri misfatti. Persone scomode come lei scompaiono nel nulla, nessuno indaga e i casi vengono archiviati per mancanza di prove.
Haftar, ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore del governo cirenaico, si è circondato di un gruppo ristrettissimo di collaboratori, due dei quali suoi figli, cosa che denota l’importanza di un legame tribale con le sue origini. Haftar è stato definito dal presidente del consiglio presidenziale libico, Fayez al Serraj, un generale-canaglia, per la su tirannia per “le atrocità di questa guerra, condotta in spregio dell’etica comune e dell’osservanza del diritto internazionale”, offensiva illegale e immorale che va avanti dal 2014. Poi continua con "Una guerra segnata dai crimini perpetrati da un individuo che ambisce unicamente a vedere la Libia consegnata a un regime totalitario, a una dittatura che non risponde delle sue azioni e decisioni"
È importante ricordare, far riemergere dall’oscurità queste persone, i loro messaggi, perché il silenzio è il miglior alleato delle dittature.
Finché ci saranno giornalisti e attivisti con il coraggio di indagare e portare la verità alla luce informando la pubblica opinione, potremmo ancora avere la possibilità di sentirci cittadini di un paese libero e democratico.

Elena Cristiani